(24) Terremoti e tsunami: lezioni dalle catastrofi
Studio presentato al convegno GNGTS
Trieste– Le catastrofi del passato possono, devono, insegnarci qualcosa. Soprattutto nel caso di eventi quali terremoti e tsunami, spesso collegati fra loro. Nella prima giornata del convegno GNGTS (Gruppo Nazionale di Geofisica della Terra Solida) organizzato a Trieste dall’Istituto Nazionale di Oceanografia e Geofisica Sperimentale (Ogs), sono stati analizzati mega-terremoti e mega-tsunami recenti, per cercare di trarne indicazioni da trasformare in buone pratiche per il futuro, specie per quanto riguarda la diffusione di allarmi precoci e la mitigazione dei danni.
Stefano Tinti, ordinario di geofisica all’Università di Bologna, ha presentato uno studio sul terremoto di Sumatra del 2004, che causò un maremoto catastrofico provocando 220 mila vittime, e sullo tsunami del Giappone, che quest’anno ha fatto più di 20 mila morti e ha danneggiato la centrale di Fukushima. “A Sumatra – ha spiegato il docente – è mancato in primo luogo un sistema di early warning, di allarme tempestivo. In Giappone, dove si riteneva che il sistema d’allarme fosse perfetto, si è visto in realtà che il sistema deve essere migliorato. Di fatto c’è stata una clamorosa sottostima della potenziale energia del terremoto. I sistemi di sicurezza erano tarati per terremoti di magnitudo 8,5 al massimo, ma al largo del Giappone si è scatenato un sisma di magnitudo 9,0, da cui si è originato lo tsunami”.
L’errore di valutazione deriva principalmente dal fatto che la stima della massima magnitudo che si può verificare in una zona sismica si basa fortemente sulla serie dei grandi terremoti verificatisi nella stessa zona in passato. “Il problema - ha detto Tinti - è che se, come spesso avviene, tali terremoti si sono verificati prima che fossero disponibili gli strumenti di misura (i sismometri), e se la zona sismica si trova in mare, allora stimare la magnitudo dei singoli eventi e la massima magnitudo possibile è complicato e spesso si incorre in una sottostima”. Le prime reti sismometriche a copertura globale, infatti, sono di appena 50 anni fa, quando non esistevano molti degli strumenti moderni.
Che cosa bisogna fare, dunque? Secondo Tinti, occorre prima di tutto riesaminare le zone di subduzione, in cui una placca litosferica scivola sotto un’altra, perché sono le zone dove vengono prodotti i maremoti più disastrosi. “È qui che è necessario fare stime corrette della massima magnitudo di un terremoto e di un maremoto, per potere realizzare opere adeguate di difesa nel lungo termine. Per migliorare i sistemi d’allarme, occorre migliorare la nostra capacità di “vedere” e “quantificare” il prima possibile il terremoto e il maremoto. Per quanto riguarda il terremoto, bisogna perciò densificare le reti di sismometri e realizzare reti di rilevatori GPS, sia su terra ferma che in mare”. E per il maremoto, bisogna aumentare il numero di mareografi lungo la costa, ma soprattutto il numero di sensori al largo come i rilevatori di pressione idrostatica posati sul fondo marino.
Tutti i dati devono essere trasmessi e analizzati in tempo reale per potere fare previsioni e riconoscere le condizioni di allarme. Per lo tsunami, oviamente la previsione va fatta in pochissimo tempo perché lo tsunami può attaccare la costa in qualche decina di minuti.
“Anche nel Mediterraneo potremmo subire eventi tsunamigenici – ha concluso Tinti – specie al largo della Sicilia e soprattutto lungo l’Arco Ellenico che va dal Peloponneso a Rodi passando a sud dell’isola di Creta. Questo perché la placca africana sta scivolando sotto la placca euro-asiatica”. E sarebbe meglio non farsi trovare impreparati.
“Anche quest’anno – ha osservato Dario Slejko, sismologo di OGS e organizzatore del convegno – il GNGTS sta contribuendo a far circolare competenze ed esperienze diverse, che arricchiscono di molto l’intera comunità scientifica italiana di studiosi di scienze della Terra”
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