(25) Sottosuolo urbano a rischio? Lo svela la tomografia elettrica

Dal convegno Gngts applicazioni della geofisica all’ambiente urbano

 

(25) Sottosuolo urbano a rischio? Lo svela la tomografia elettrica

TRIESTE– Che fare quando un edificio apparentemente sano mostra crepe e cedimenti inattesi? Come capire se un terreno sarà adeguato per sostenere il peso di una nuova costruzione? Sono domande cui può dare risposta un insieme di metodi capaci di analizzare il terreno nelle tre dimensioni. Tra queste la tomografia elettrica, che può essere applicata nelle aree instabili per individuare zone di vuoti, di detriti e presenze di acqua.

Di “Metodi geofisici integrati per lo studio del sottosuolo urbano” si è parlato oggi a Trieste, nella seconda giornata del Gngts, il convegno del Gruppo nazionale di geofisica della terra solida in corso fino a giovedì 17, organizzato da Ogs, l’Istituto nazionale di oceanografia e di geofisica sperimentale. A presentare lo studio realizzato in un quartiere di Cagliari è stato il team di Gaetano Ranieri, docente al Dipartimentodi Ingegneria del territorio presso l'Università degli Studi di Cagliari. La tomografia elettrica è una metodica non invasiva che analizza la resistività elettrica, cioè l’attitudine di un materiale (in questo caso il terreno) a opporre resistenza al passaggio di corrente.

“Nel caso dell’edilizia urbana – ha spiegato Ranieri – si può studiare la resistività di un volume, cioè di un blocco di terreno su cui sorge un edificio. Con la tomografia elettrica pseudo 3D – a differenza di altre tecniche che comportano la necessità di collocare la strumentazione in profondità - non è necessario disporre di fori: basta sistemare un certo numero di elettrodi attorno al perimetro della zona da esaminare. Dal modo in cui la corrente attraversa il volume in esame si deducono le caratteristiche del sottosuolo”. In questo modo si possono analizzare edifici pericolanti per capire in che condizioni si trovano i terreni di fondazione, e il loro rapporto con la struttura stessa.

Nel 2010, Ranieri e collaboratori hanno completato un’indagine di questo genere a Cagliari, nel quartiere di Piazza d’Armi, che un paio di anni orsono ha mostrato cedimenti importanti, con aperture di voragini nelle strade. “Abbiamo collocato 48 elettrodi attorno al gruppo di edifici che comprende la Facoltà di ingegneria. E con la tomografia elettrica abbiamo individuato i punti in cui sono presenti i vuoti, a una profondità di circa 10 mt, e a cui corrispondono gli edifici con maggiori lesioni”.

Lo studio cagliaritano ha poi abbinato alla tomografia anche metodi gravimetrici, per ottenere un dettaglio maggiore dell’area a rischio. “La gravimetria – ha detto ancora Ranieri – determina le anomalie dell’accelerazione di gravità prodotte da terreno a diversa densità”. In questo caso, il volume sottostante il rione è stato mappato in 3D, individuando le zone di maggiore compattezza, distinguendole da quelle detritiche.

Le applicazioni di questa metodica non invasiva possono abbracciare anche l’archeologia, settore in cui consentono di individuare reperti sotterranei senza danneggiarli con scavi invasivi.